lunedì 29 ottobre 2007

L'isolamento di chi denuncia. La Calabria è vittima di se stessa


Francesco Saverio Alessio, con me autore di "La società sparente", un libro sulla Calabria vinta dalla ’ndrangheta e dal clientelismo politico, è stato minacciato lo scorso 26 ottobre. Ha ricevuto a casa un biglietto non firmato. Lo abbiamo interpretato quale scherzo cattivo, per ora.

Come da copione, la notizia è stata data in Calabria solo da pochi organi di stampa, i quali da tempo seguono con grande sensibilità i temi forti in loco. La Rai regionale ha taciuto completamente, invece. E mi chiedo il perché di questo strano silenzio, costante, poi. Quindi, scarsa solidarietà in generale, a eccezione di amici e interessati al fermento per la legalità in Calabria, di cui Alessio e io siamo anche parte.

Nessun commento, non un gesto di vicinanza né voci d’appoggio da forze interne alla società civile, salvo l’immediato conforto di Giovanni Pecora, di "Per la Calabria", a nome di tutta la rete. Qualche blog su Internet s’è aggiunto con coraggio (http://giustizia-perseo.blogspot.com); poi nessuno, niente.

A me sembra che il dibattito sul dramma calabrese sia fermo all’occhio e all’eco della tv. Se la Calabria entra nel discorso sul sistema italiano come emblema della corruzione, ritengo che s’inquadri e divulghi nell’errore il suo problema: la malavita. Che è in primo luogo assenza, volontaria deresponsabilizzazione.

La questione, a mio avviso, è anzitutto culturale. Me ne rendo conto meditando sull’isolamento che con Alessio sto vivendo dall’uscita del libro.

Osservare i fenomeni legati alla criminalità, analizzarli e descriverli nel profondo non suscita condivisione e non è materia di confronto, sia in Calabria che presso gli intellettuali e i media italiani.

Sono in gioco interessi e poteri troppo grossi. E tanto basta, e come, perché il quarto potere si fermi con clangore solo su aspetti in emersione del problema calabrese; ignorando del tutto il fondale da cui originano.

Alessio e io abbiamo individuato nell’assistenzialismo a oltranza, voluto da Roma, e in movimenti elettoralistici fuori dello schema bipolare italiano alcune delle cause dell’espansione della ’ndrangheta.

Se la società non c’è, s’allarga il crimine organizzato. L’assistenza di Stato e la dipendenza prodotta dallo scambio di voti e dalla gestione degli elettori come matricole da sistemare sono il centro d’un carcinoma in metastasi. Per ciò, la Calabria si distingue dal resto del Sud e dell’Italia.

L’antropologo Francesco Mauro Minervino, che per ragioni professionali ben conosce la regione e la sua gente, parla della marginalità locale come impossibile da raccontare.

Lo scrittore Vittorio Messori, invitandomi alla cautela rispetto alla capacità propulsiva di Internet circa l’aggregazione dei calabresi reattivi, mi ha offerto uno spunto di riflessione. Per Messori, noi calabresi confermiamo il malaffare proprio quando i fatti ci impongono di combatterlo senza tregua. "Chi è causa del suo mal, pianga se stesso", verrebbe da chiosare.

Tutto il recente movimento per la giustizia e i diritti negati in Calabria non può limitarsi alla piazza. Né può continuare solo con un linguaggio di rumori e astrazioni, generalizzazioni, emozioni.

Ci vuole una rivoluzione culturale. Serve per moltiplicare le voci che chiedono libertà e aumentare la vigilanza critica su provvedimenti e fatti politici funzionali alla strategia della confusione, dell’abuso e dell’illegalità.

La brutta vicenda di De Magistris non è da limitare allo scontro sui media col guardasigilli Mastella. Lì a Catanzaro, in procura, ci sono apparentamenti noti e rapporti particolari di cui nessuno dice pubblicamente.

Oggettivamente, il punto vero è l’esistenza di "parentele" allargate, cui l’ex ministro Castelli ha fatto un piccolissimo accenno da Vespa, e l’uso di postazioni chiave per sbrogliare faccende molto ingombranti.

Che, in ordine a certe alleanze, si voglia parlare di massoneria, di ’ndrangheta tout court o di adeguate rappresentazioni geometriche dei rapporti in gioco, la sostanza non muta.

Guardando in trasparenza, questo è il male della Calabria: il fatto che viviamo sotto uno stesso tetto un po’ tutti. E quindi non possiamo sbilanciarci, non possiamo dissentire, non possiamo solidarizzare con chi i fatti ricostruisce, non possiamo denunciare.

Chi lo fa, è avvertito. Poi, non si sa. Ma si può immaginare.

Emiliano Morrone

emiliano.morrone@libero.it

venerdì 26 ottobre 2007

Minacciato Francesco Saverio Alessio, autore di "La società sparente"

Francesco Saverio Alessio, uno degli autori di “La società sparente”, libro su ‘ndrangheta e politica, ha ricevuto oggi intorno alle 17 un biglietto, nella sua abitazione in Calabria, con scritto, in ritagli di giornale, “attento alle tue mosse, taci”. Lo stesso Alessio aveva parlato lo scorso 1 ottobre, in occasione della presentazione del volume a Roma, in Campidoglio, del pericolo di ritorsioni personali, presente la parlamentare Angela Napoli, della Commissione antimafia.

Il testo, scritto insieme ad Emiliano Morrone e pubblicato dall’editore Neftasia di Pesaro, affronta il tema della corruzione e collusione in Calabria, raccontando vicende e nomi del malaffare nella regione e spiegando le ragioni dell’espansione mondiale della ’ndrangheta calabrese. Emiliano Morrone aveva riferito, durante la presentazione romana, di una serie di collegamenti fra la massoneria e l’inchiesta “Why not” condotta dal pm Luigi De Magistris, al quale le indagini sono state di recente avocate dal procuratore generale reggente di Catanzaro, Dolcino Favi.

In seguito, durante il sit-in del Comitato pro De Magistris davanti alla sede del Consiglio superiore della Magistratura, i due si erano esposti, lo scorso 8 ottobre, descrivendo rapporti fra centri di potere e la ’ndrangheta e sostenendo che recenti scelte amministrative sull’organizzazione regionale della sanità e della forestazione sono state compiute in Calabria per allargare clientele e consenso elettorale. Avevano aggiunto, dandone indicazioni, che ci sono legami fra politici di spicco calabresi e campani, finalizzati a finanziare attività di riciclaggio e copertura gestite dalla camorra. Per Alessio, che si dice comunque tranquillo, dopo l’accaduto, «il clima è torbido e anche confuso, quindi occorre non spaventarsi ma nemmeno sottovalutare».

Immediatamente, è arrivata ad Alessio la solidarietà della rete "Per la Calabria".

sabato 20 ottobre 2007

De Magistris: "Ci avviamo al crollo dello stato di diritto"


PM CATANZARO: AVOCATA INCHIESTA ’WHY NOT’ CATANZARO - Ansa - La Procura generale di Catanzaro ha avocato l’inchiesta Why Not sul presunto uso illecito di finanziamenti pubblici di cui era titolare il pm Luigi De Magistris. Lo si è appreso stamani in ambienti giudiziari.

L’avocazione è stata disposta dal procuratore generale facente funzioni, Dolcino Favi, e sarebbe stata motivata da una presunta incompatibilità di De Magistris nel procedimento legata alla richiesta di trasferimento cautelare d’ufficio che è stata fatta nei suoi confronti dal ministro Mastella. Nel caso specifico sarebbe stato ravvisata una incompatibilità nel procedimento da parte di De Magistris proprio per il coinvolgimento del ministro. La situazione determinatasi dopo la richiesta di trasferimento, secondo quanto si è appreso, avrebbe dovuto imporre l’astensione da parte del pm. Siccome l’astensione non c’é stata, né il capo dell’ufficio ha provveduto alla sostituzione del magistrato titolare dell’inchiesta, il procuratore generale ha provveduto all’avocazione applicando l’art 372 lettera A del codice di procedura penale. La norma prevede l’obbligo per il procuratore generale di disporre l’avocazione nel momento in cui ravvisi una situazione di incompatibilità. Il procuratore generale ha deciso di valutare la situazione dopo che si è appreso che il ministro della Giustizia è stato iscritto nel registro degli indagati. Nell’inchiesta, oltre a Mastella, sono indagati, tra gli altri, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, esponenti politici del centrodestra e del centrosinistra e imprenditori.

DE MAGISTRIS, FINE INDIPENDENZA MAGISTRATI "Ancora una volta vengono rese pubbliche a mezzo stampa notizie riservate che riguardano il mio ufficio, le mie indagini, e la mia persona. Se è vero quello che l’Ansa ha scritto, non avendo io ricevuto alcuna notifica, ci avviamo al crollo dello stato di diritto, registrandosi anche, nel mio caso, la fine dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati quale potere diffuso". Lo ha detto il pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, in una dichiarazione all’ANSA, in merito all’avocazione dell’inchiesta Why Not da lui condotta da parte della Procura generale.

Anche su la Voce di Fiore

La procura generale di Catanzaro ha tolto l'inchiesta Why not a De Magistris. Lo stato di diritto è in pericolo

Catanzaro, 20 ott. (Adnkronos) - A quanto apprende l'ADNKRONOS, la procura generale di Catanzaro avrebbe tolto la titolarita' dell'inchiesta 'Why not' sul presunto uso illecito di finanziamenti pubblici al sostituto procuratore Luigi De Magistris. In particolare, il procuratore generale Dolcino Favi avrebbe avocato a se' l'indagine a causa di un'incompatibilita' di De Magistris legata alla richiesta di trasferimento cautelare avanzata dal ministro della Giustizia Clemente Mastella nei confronti del pm di Catanzaro.

Politica e informazione d'affari

Dalla mala-politica alla mala-informazione: eccoli i poteri forti


di Chicco Alfano
venerdì 19 ottobre 2007 - il pezzo è già su Ammazzateci tutti
Chicco AlfanoSoltanto se ti affacci alla finestra capisci di essere nel 2007, per la tecnologia che ci circonda, altrimenti la sensazione che si ha è la stessa che c’era nel 1992 poco prima delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Dopo la persecuzione professionale nei confronti di De Magistris i poteri forti, i poteri occulti, quegli uomini che si spacciano per politici, hanno deciso di passare alla seconda fase: una busta con un bel proiettile, ovviamente con una stella a cinque punte per depistare le indagini, per dirgli chiaramente adesso basta.
La stessa identica cosa che capitò al povero Giovanni Falcone, che arrivato a toccare i veri comandanti, si ritrovò con vari deferimenti al CSM, con amici che lo tradirono al momento in cui si votò la sua nomina a procuratore capo di Palermo o quando, sciolto il pool, si ritrovò a dover combattere con l’allora Procuratore Capo che dimenticava di effettuare richieste di rogatorie o che addirittura lo relegava ad effettuare anticamere lunghissime.

Dopo passarono all’attentato dell’Addaura del 1989 quando nella residenza estiva di Giovanni Falcone fu trovato un borsone pieno di tritolo che però non era innescato, pochissimi attestati di solidarietà ma moltissime critiche da parte di quasi tutta la politica che paventava addirittura che Giovanni Falcone quell’attentato se lo fosse preparato da solo.
Fallita anche questa pratica iniziò il linciaggio morale con le famosissime lettere anonime che, si diceva venissero dall’interno della stessa procura di Palermo, attaccavano il giudice dicendo che usava la magistratura soltanto per scopi personali quali il ricatto ai fini di carriera in magistratura o addirittura carriera politica.
L’ultimo passaggio fù invece l’esplosivo in autostrada a poche centinaia di metri da Capaci che spense definitivamente la vita di un uomo che non sapeva dire SI a nessuno.
Andò meglio, si fa per dire, a Paolo Borsellino lui dopo il maxi processo capì subito il clima che si stava creando attorno a loro e decise di andare a lavorare a Marsala come procuratore capo.
Una procura che non si era mai occupata di mafia mentre lui aveva intuito il peso mafioso che Trapani aveva e decise di andarci.

Incominciò a scoperchiare le pentole, a ricostruire i passaggi, a dare un volto ai personaggi politici e non che spadroneggiavano in quella provincia che deteneva il primato italiano in proporzione al numero degli abitanti della presenza di banche cooperative agricole e di società finanziarie, capì immediatamente che la provincia di Trapani non era altro che una lavanderia di cosa nostra.
Anche lui fù oggetto delle stesse attenzioni di Giovanni Falcone e anche lui morì saltando in aria con il tritolo.
Oggi i poteri forti hanno capito che l’utilizzo del tritolo comporta soltanto delle seccature, quali il controllo massiccio del territorio, e lo sa bene cosa nostra dopo il periodo stragista del 1992 quando all’indomani della strage di via d’Amelio la Sicilia fu invasa dai militari dell’esercito impegnati nella famosissima operazione Vespri Siciliani” che durò per diversi anni.
Allora il sistema ha pensato di cambiare strategia: perché non fare una leggina che permette al Ministro di Grazia e Giustizia di turno di interferire nella attività della magistratura?

Detto fatto il nostro Ministro di Grazia, e basta perché di giustizia fino ad oggi non se ne è fatta ad eccezione di provvedimenti personali, decide di portare in aula il nuovo ordinamento giudiziario che alla fine non è altro che un grosso regalo fatto alle mafie e a tutti i politici beccati con le mani nella marmellata.
Prima vittima l’integerrimo De Magistris.
Un magistrato che non sta facendo altro che il suo mestiere per il quale è pagato, ma siccome ha toccato degli interessi molto forti e uomini influenti il nostro sistema politico ha deciso che doveva essere eliminato, non con il tritolo, semplicemente mandando degli ispettori presso la procura dove egli lavora.
Ispettori che alla conclusione della loro visita a Catanzaro concludono dicendo che questo magistrato deve essere rimosso con carattere d’urgenza.
Questa richiesta ha però provocato una reazione da parte di una parte della società civile che nessuno si sarebbe mai aspettato: la richiesta molto forte di non trasferire il magistrato.

Nasce così lo striscione “E ADESSO TRASFERITECI TUTTI”, sorretto dai fratelli Pecora durante il primo sit-in spontaneo davanti alla procura di Catanzaro all’indomani della richiesta da parte di Mastella sul trasferimento di De Magistris.
Parte una lettera di Sonia Alfano, sottoscritta anche da Salvatore Borsellino, in cui si chiede al capo dello stato il suo autorevole intervento per porre fine alla sgradevole presenza di Mastella nell’esecutivo di governo.
Nasce così la partecipazione di migliaia di ragazzi che con le loro firme, quasi cento mila tra cartacee ed online, chiedono al CSM di non toccare De Magistris.
Nella storia della Repubblica italiana non era mai successo che venissero prese le difese di un magistrato sottoposto a richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale da parte della società civile, si era invece abituati a riempire le piazze dopo che questi venivano assassinati.

Uccisi con cariche di tritolo, a colpi di mitra, con falsi incidenti dopo aver subìto linciaggi morali che avrebbero portato all’isolamento che è l’ anticamera della morte materiale.
Si è detto no, si sono organizzati banchetti per la raccolta firme anche in Sicilia dove purtroppo l’antimafia era diventata troppo parolaia e poco presente nelle piazze, troppo presente nei convegni passerella e poco presente nei quartieri degradati.
Abbiamo deciso in Sicilia di riportare,almeno un parte lo ha fatto, l’antimafia per strada e devo dire che la presenza dei ragazzi dei meetUp di Palermo è stata davvero fondamentale, ragazzi di venti anni che fortunatamente non hanno vissuto il periodo delle catene umane o peggio ancora quello di vedere le lacrime dei poliziotti, carabinieri e finanzieri quando vedevano i corpi dei loro colleghi fatti a brandelli dal tritolo.
Una mobilitazione che non accadeva da tantissimi anni.

Qualcuno rispondeva che avrebbe voluto firmare ma che aveva paura che se Mastella si fosse dimesso sarebbe caduto il governo.
Ma allora che cada questa governo che viene rappresentato da personaggi che nei loro armadi non contengono scheletri ma cimiteri, personaggi come lo stesso Mastella che è il testimone di nozze di un pentito di mafia, Francesco Campanella affiliato al mandamento di Villabate alle porte di Palermo, ragazzo intraprendente che è stato fino al 2003 il segretario nazionale dei giovani dell’UDEUR, lo stesso che approfittando della carica istituzionale di presidente del consiglio comunale di Villabate ha procurato la carta d’identità falsa a Bernardo Provenzano per potersi andare ad operare in Francia.
Lo stesso Mastella che nel 1974, per sua stessa ammissione, viene assunto presso la sede RAI di Napoli per raccomandazione diretta di Ciriaco De Mita e che un anno dopo si candida al parlamento nazionale e durante la pausa pranzo chiama dal centralino della RAI i sindaci dei comuni ricadenti nel suo collegio spacciandosi per il direttore generale che segnalava il baldo giovane.

Lo stesso che ci parla di moralità, la stessa storia del bue che dice cornuto all’asino.
Un politico che con il suo partito ha ottenuto l’1,5 % alle ultime elezioni e che tiene sotto minaccia questo governo precario.
O come la storia del Ministro Amato che si permette di tacciare di qualunquismo un ragazzo palermitano solo perchè gli ha chiesto, in occasione della commemorazione Falcone, di non fare entrare inquisiti e condannati nelle aule parlamentari.
Lo stesso ministro che decide di non prendere posizione sullo scioglimento del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto dopo che una commissione prefettizia di accesso agli atti gli dice, con una relazione di ben 143 pagine, che la situazione in quel comune è davvero inquietante, lo stesso ministro che in pieno periodo tangentopoli era il tesoriere del Partito Socialista Italiano, lo stesso partito di Bettino Craxi.

Ma purtroppo oggi non dobbiamo difenderci solo dalla mala politica, ma dobbiamo guardarci le spalle anche dalla mala informazione, da tutte quelle testate giornalistiche che sono serve della casta, ed ultimo esempio lampante lo abbiamo con il quotidiano Calabria Ora.
Il suo direttore Polichieni ha avuto l’ordine di caricare la penna di mirare e sparare addosso all’antimafia, addosso a chi combatte quotidianamente il malaffare mettendoci la faccia.
Un attacco fatto in malafede, sbagliando sapendo di sbagliare solo per ripagare i favori ottenuti nel tempo dai suoi amici politici calabresi indagati e condannati.
Se ne uscito con un articolo dal titolo a nove colonne in cui attacca il movimento Ammazzateci Tutti di aver preso un finanziamento dal consiglio regionale della Calabria per l’organizzazione del meeting legalìtalia, svoltosi ad agosto a Reggio Calabria, arrivando a conclusione che Aldo Pecora predica bene ma razzola male perché attacca il consiglio regionale della Calabria, che risulta essere il più inquisito in Europa, e poi ne richiede allo stesso finanziamenti.
È tutto totalmente falso e privo di fondamento.

Un buon giornalista prima di pubblicare le notizie dovrebbe andare a verificare ciò che intende pubblicare, a maggior ragione se la vittima è un movimento antimafia, ed evitare di fare magre figure, per non usare un altro termine, a meno che la notizia non la si vuole far passare così come è.
È qui scatta la malafede perché il sig. Polichieni sa benissimo che il finanziamento, che tra l’altro non è ancora arrivato, non è stato richiesto al consiglio regionale ma alla Giunta regionale e quindi ente diverso, bilancio e capitoli diversi ed anche un bambino che frequenta le scuole elementari è a conoscenza di questa separazione amministrativa.
Altra cosa il movimento non nasce per allevare candidati, ma nasce semplicemente dalla voglia di dire basta a questo sistema fatto di connivenza tra la politica la mafia e la massoneria che il direttore di Calabria Ora conosce benissimo dato che dopo aver avuto dei incidenti di percorso anni addietro con la giustizia, quali un arresto con conseguente processo, condanna in primo grado e assoluzione in secondo grado, a suo dire si professa vittima di un errore giudiziario o di chissà quale montatura contro di lui.
Se così fosse stato vero il Polichieni dovrebbe combattere questo sistema rimanendo accanto ai giovani Calabresi e non attaccarli perché altrimenti passa tutt’altro messaggio.
Ma siccome nelle vita sono abituato a guardare con sospetto tutto ciò che mi circonda, guardo con sospetto anche il direttore Polichieni , e penso che la sua malafede sia reale.
Caro direttore le voglio ricordare che Aldo Pecora non è solo ma ha alle spalle un movimento formato da tanti ragazzi, ha alle spalle familiari di vittime della mafia come Sonia Alfano, Rosanna Scopelliti il sottoscritto e tanti altri e mi creda non appoggeremmo mai un ragazzo che vorrebbe costruirsi la propria carriera politica sulle nostre spalle perché noi siamo stufi del sistema e siamo stufi dei servi del potere.

Le vorrei ricordare un’altra cosa: un vero giornalista la notizia non la costruisce al desk ma la insegue e si ricordi che a legalìtalia eravamo tantissimi e non poche decine come il suo giornale ha pubblicato, come del resto non ha pubblicato la notizia che il movimento ha aperto una sede anche in Lombardia, in Lombardia direttore, dove la mafia la ‘ndrangheta la camorra e la sacra corona unita rinvestono il loro denaro guadagnato illecitamente per ripulirlo.
Ma lei queste cose non le scrive perché non interessano né a lei né al suo Editore e su questo Sicilia e Calabria sono uguali perché anche da noi il buon Ciancio, padrone dell’informazione siciliana, si comporta come voi.

Noi non vogliamo essere l’antipolitica, noi vogliamo semplicemente far capire alla gente che la lotta alla mafia non si deve fare perché è opportuno per qualche poltrona ma perché e giusto farla per il futuro dei nostri figli e per rispettare tutti coloro che sono morti per combattere questa guerra.
Vorrei solo lanciare un appello a tutti: non attaccatevi troppo ai politici di turno perché ricordatevi che una volta le mafie si servivano della politica mentre invece oggi è la politica che ha bisogno delle mafie e la storia ce lo ricorda, quindi non abbiate paura di fare una scelta, unica e secca perché al contrario di quello che disse l’allora ministro Lunardi, con le mafie non si può e non si deve convivere, e non possiamo permettere alla politica di attaccare la democrazia o peggio ancora non possiamo permettergli di continuare a gestire il paese come se fosse una società privata.

Chicco Alfano


venerdì 19 ottobre 2007

Mastella indagato da De Magistris

De Magistris indaga su Mastella. Il ministro: «Sono estraneo»

Il Guardasigilli: a primavera si vota


de magistris

Dal quotidiano L'Unità. Mastella? Why not. Nella sterminata lista degli iscritti al registro degli indagati nell’inchiesta della Procura di Catanzaro, ora spunta anche il nome del ministro della Giustizia Clemente Mastella. Sì, proprio il ministro che da settimane porta avanti una dura campagna contro il pubblico ministero Luigi De Magistris finisce anche lui sotto la lente d’ingrandimento del pm che ha raccolto informazioni su centinaia di politici, giornalisti, uomini d’affari, membri della Commissione Antimafia, prefetti, direttori del Sismi, della Dia, delle Poste. Di tutto di più. Nell'inchiesta, la Why not appunto, De Magistris indaga sull'esistenza di una sorta di "nuova tangentopoli" che vedrebbe all’ordine del giorno truffe e finanziamenti illeciti, una vera e propria associazione a delinquere.

Un terremoto che ha avuto nuove scosse dalla decisione del ministro Mastella di chiedere il trasferimento del pm calabrese, per la sua «vigilanza assai inefficace» sull'iter di alcune inchieste, nonché per «comportamenti svincolati dalle norme processuali, ordinamentali e deontologiche». Ma ad oggi, gli ispettori del ministero della Giustizia non hanno trovato nulla e sul caso De Magistris si è alzato il polverone di chi teme che la fretta di Mastella sia dovuta al fatto che il pm è arrivato dove non doveva arrivare. Così la solidarietà del mondo delle associazioni, su tutti i ragazzi di Locri, dei parenti delle vittime di mafia, del gip Clementina Forleo, l’altro magistrato che è convinta di non andare giù ai politici.

Mastella, per ora si dice tranquillo, sereno e soprattutto estraneo ai fatti. E comunque parla d'altro, delle elezioni che lui ora vedrebbe bene nella prossima primavera.

Dalle prime indiscrezioni, pare che al centro delle accuse contro Mastella ci siano i suoi presunti rapporti con l'imprenditore Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e pedina centrale dell'inchiesta Why Not, dal nome dell’agenzia interinale intestata allo stesso Saladino. Agli atti, ci sarebbero intercettazioni telefoniche tra il ministro e l’imprenditore. Mastella, comunque, non ha ancora ricevuto nessun avviso di garanzia: ha scoperto di essere indagato, dice, «da notizie giornalistiche». «Se così è – ha commentato – dichiaro di attendere serenamente gli sviluppi di questa situazione». E sottolinea di «non essere mai stato iscritto a nessuna loggia massonica, né in Italia né all'estero, e di non aver mai partecipato a comitati d'affari o a singoli affari, come testimonia la mia trentennale vita pubblica e parlamentare nella prima, nella seconda e spero anche nella terza Repubblica». De Magistris permettendo.

mercoledì 17 ottobre 2007

Aldo Pecora risponde a Calabria Ora, diretto dal misterioso Paolo Pollichieni

N.B. L'articolo è pubblicato sul sito di Ammazzateci tutti

di Aldo Pecora
domenica 14 ottobre 2007

Il direttore di Calabria Ora, Paolo Pollichieni. Comprereste un'auto usata da quest'uomo?Venghino siòri venghino! Mangiafuoco, tigri del Bengala, elefanti del Tibet, pagliacci, donne barbute e trampolieri: è il Gran Circo della malainformazione calabrese.
Come se non bastassero in Calabria la mafia, la malapolitica ed il malaffare, macchè. Ecco che i poteri forti lanciano la controffensiva, e lo fanno – ovviamente – schierando innanzi all'esercito del male quasi dei killer spietati, armati però non di lupara ma di penne (forse di quelle Montblanc, comprate dal Consiglio regionale per i suoi consiglieri pluri-inquisiti?) che scrivono, scrivono, scrivono. Che credono di saper scrivere, ma ti accorgi che non sanno (o non vogliono) neanche leggere. E' questo il più grave dei problemi di questa terra disgraziata.

Ci ho pensato a lungo prima di fare questo passo, perché so che è quello che certamente non risparmierà me, i miei amici e la mia famiglia da altre preoccupazioni. Ma devo farlo, e lo faccio in occasione della pubblicazione oggi in primo piano su “Calabria Ora” di una intera pagina, nella quale con titolone a nove colonne “Adesso finanziateci tutti” ci “accusano” di aver preso soldi da quello stesso consiglio regionale pluri-inquisito e per il quale da tempo chiediamo lo scioglimento.
Siamo davvero arrivati al paradosso. Quello stesso giornalista, che definirei giornalaio se non avessi paura di offendere gli edicolanti, che esordisce tacciando Ammazzatecitutti come “antipolitica in salsa calabrese” scrivendo egli stesso poi che quei soldi servivano a realizzare “Legalitàlia”, il meeting nazionale dei giovani antimafia da noi organizzato a Reggio Calabria dal 9 all'11 agosto scorsi in occasione del sedicesimo anniversario dell'uccisione del giudice Antonino Scopelliti e dell'apertura della fondazione a lui intitolata, ovviamente dimentica di specificare che il meeting ha avuto, accanto a quello del Comune di Reggio Calabria, anche i più alti patrocini istituzionali: dal Presidente della Repubblica a quello del Consiglio dei Ministri, al Ministero per le Politiche giovanili, alla stessa Giunta regionale (attenzione, dalla Giunta, non dal Consiglio...), unitamente all'apprezzamento ed al sostegno di don Luigi Ciotti e dell'associazione Libera ed all'affetto dimostratoci in quei giorni con la propria presenza dai migliori magistrati antimafia calabresi quali Salvatore Boemi, Nicola Gratteri, Vincenzo Macrì, e dall'allora meno noto Luigi De Magistris. Senza dimenticare l'eccezionale presenza di poliziotti e carabinieri in tutta la tre giorni, anche di quelli non in servizio o in ferie.

All'anima dell'antipolitica! Se questo vuol dire essere contro le Istituzioni, quasi peggio della mafia, allora i calabresi hanno di che ben sperare. Ma non voglio parlare di questo, almeno per ora. Non voglio neanche ragionare su soldi e quant'altro, lo farò più avanti, anche perché, statene certi, questa volta faremo con internet ciò che Peppino Impastato faceva con la sua radio.

Voglio approfittarne per aprire un'ampia e circostanziata parentesi sull'informazione, perché a questo punto sono davvero convinto del fatto che la 'ndrangheta calabrese ha di gran lunga superato per potenza e pervasività la mafia siciliana e la camorra campana.
E' chiaro: noi calabresi siamo più furbi, tremendamente e spietatamente più furbi: o riusciamo a comprare i giornalisti o ci facciamo direttamente i nostri giornali. E' quello che è successo ad un quotidiano calabrese, nato - guarda caso – all'indomani dell'omicidio Fortugno esordendo con slogan del tipo “quello che gli altri giornali non dicono”.
E così è stato, effettivamente. “Calabria Ora” sotto la direzione di Paride Leporace ha davvero esordito col botto nel panorama dell'informazione calabrese, a suon d'inchieste, pubblicazione di intercettazioni telefoniche, finanche subendo la perquisizione della propria redazione centrale ed il sequestro della famosa relazione d'accesso sulla Asl di Locri, quella stessa relazione che il Vice Ministro dell'Interno Marco Minniti (oggi candidato unico alla segreteria regionale calabrese del Partito Democratico) avrebbe voluto far leggere nelle scuole e che, invece, gli inquirenti hanno deciso di secretare.

Ad onor del vero anche il sottoscritto in prima persona, assieme ad altri ragazzi del Movimento, siamo stati osservati, ascoltati, pubblicati e promossi nelle nostre denunce da questo quotidiano calabrese, al quale certamente anche l'esclusività di tale rapporto di collaborazione ha contribuito notevolmente all'iniziale lancio e successo della nuova testata. Ma è durata poco. Nel nostro caso siamo stati, per così dire, "sedotti e abbandonati" da questo giornale che, ad un certo punto – guarda caso poco dopo la querelle con il diessino Presidente del Consiglio regionale della Calabria Giuseppe Bova – ha cominciato a cambiare linea editoriale fino anche al direttore, lo scorso marzo.



Oggi Calabria Ora è diretto da Paolo Pollichieni, quello stesso Pollichieni che qualche anno addietro (ai tempi capo redattore della Gazzetta del Sud di Reggio Calabria) fu arrestato e condannato in primo grado con l'accusa di associazione per delinquere e poi assolto in appello. Sappiamo anche che Pollichieni non ha mai avuto grande simpatia per Ammazzatecitutti, lo abbiamo toccato con mano all'indomani della manifestazione del 17 febbraio a Reggio Calabria, quando un cronista dell'Ansa calabrese ha diffuso “erroneamente” la notizia di “soli 500 partecipanti”, in barba agli oltre 20 pullman auto-finanziati arrivati a Reggio Calabria da mezza Italia e dello stesso dato della Questura che aveva stimato le presenze intorno a duemila ragazzi. Nonostante allora la nostra smentita riportata dalla stessa Ansa, con tanto di scuse, Pollichieni, assente alla manifestazione, ritenne per buono
solo il primo dato con evidente mala fede, e scrisse un editoriale che parlava di quella manifestazione antimafia come di un “flop” e titolando “l'antimafia torni una cosa seria”. Meno di un mese e Paolo Pollichieni diverrà il nuovo direttore di "Calabria Ora".

Sotto la sua direzione Calabria Ora si è guadagnata la fiducia del diessino pluri-inquisito vice Presidente della Giunta regionale della Calabria ed Assessore regionale al turismo Nicola Adamo, che ha affidato a Pollichieni un ruolo fondamentale per la comunicazione - supponiamo non a titolo gratuito - in quella obbrobriosa e controproducente campagna pubblicitaria della Regione Calabria firmata da Oliviero Toscani, costata non so quante centinaia di migliaia di euro ai contribuenti calabresi.

Gli italiani, non solo i calabresi, le sanno queste cose? Sarà mai un giornalismo super partes quello di Pollichieni e di Calabria Ora? Avete mai visto un giornale attaccare gratuitamente e ripetutamente un intero movimento antimafia ed “isolare” i suoi attivisti? Forse a questo livello non si è mai arrivati neanche in Sicilia ed in Campania. Lì i giornalisti erano contro la mafia, non contro l'antimafia.

Per fortuna che c'è chi ha ancora oggi il vizio della memoria. La prima vera ed ultima, purtroppo, “Ora” era quella coraggiosissima di Palermo, ed i suoi migliori giornalisti, scomodi giornalisti come Mauro De Mauro la mafia li ha ammazzati... uno aveva la mia età quando l'hanno ammazzato, si chiamava Giovanni Spampinato, collaborava anche con “L'Unità”. Sicuramente il giornalismo d'inchiesta siciliano era sano, vero ed eroico, e la prova ne sono purtroppo le uccisioni di cronisti scomodi quali Beppe Alfano, Pippo Fava, Mauro Rostagno, Mario Francese, Cosimo Di Cristina. E, spostandoci in terra di camorra, come dimenticare Giancarlo Siani, straordinaria penna de “Il Mattino” di Napoli.
Eccoli i miei punti di riferimento, i miei numi tutelari, quando penso oggi al putridume che sta intorno a certi pseudo-giornalisti calabresi.

Per carità, fortunatamente l'informazione calabrese non si ferma a Paolo Pollichieni e Calabria Ora. C'è anche tanta altra stampa seria e coraggiosa in Calabria, ed è l'unica cosa che tiene viva in me ed i miei amici la tenue fiammella della speranza che anima le nostre lotte per la legalità e per la liberazione della nostra regione: in Calabria, per fortuna, ci sono anche i giornalisti (di molte altre testate serie) che non sono contro l'antimafia.
Mi rivolgo allora proprio ai giornalisti di tutta Italia, ai loro sindacati, alle associazioni di categoria, agli editori: siete voi che detenete l'unico passpartout in grado di sconfiggere ogni mafia e potere occulto. I vostri occhi, le vostre orecchie, le vostre bocche, le vostre penne sono l'unico antidoto contro un nemico fatto non solo di omertà e silenzi, ma anche, purtroppo, delle necessarie connivenze e coperture non solo Istituzionali ma anche mediatiche.

Ecco perché ho deciso di mettere in rete questo lungo ragionamento, che è solo il primo di una lunga serie: perché è giusto che su molte cose si conoscano i fatti e le persone, soprattutto prima di acquistare certi giornali, o dare credito a ciò che dicono. E metterò tutto su Internet, lontano dalle censure e dai taglia e cuci giornalistici di tutte le Caste (o Cosche, che dir si voglia). Come metteremo certamente on line, per tacitare questi immondi latrati, il bilancio trasparentissimo delle entrate e delle uscite per l'organizzazione di "Legalitàlia", per il quale siamo tutt'ora indebitati fino al collo, chiedendo contestualmente che si faccia la stessa cosa con il bilancio di Calabria Ora e sfidando a fare parimenti anche il suo direttore Pollichieni, con la sua dischiarazione dei redditi, altrimenti lo faremo noi.

Una cosa, però, mi chiedo e vi chiedo a questo punto: alla luce di tutto ciò che ho scritto, del quale questo è solo “l'aperitivo” e che sono in grado ovviamente di documentare parola per parola, secondo voi Beppe Alfano e Giancarlo Siani scriverebbero mai per "Calabria Ora"?

Aldo Pecora